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Ansia da Coronavirus

Quando a gennaio abbiamo saputo che il Coronavirus si stava diffondendo in Cina, sembrava piuttosto improbabile che arrivasse da noi, in Italia. Ci sentivamo protetti dalla distanza e quello che succedeva così lontano da noi, lo guardavamo con un certo distacco.

 

Poi questa influenza, altamente contagiosa e sconosciuta al nostro sistema immunitario è sbarcata nel nostro Paese, dapprima con i due turisti cinesi ricoverati all’Ospedale Spallanzani di Roma. Successivamente si sono registrati casi in Lombardia di persone contagiate dal virus e non provenienti dalla Cina.

 

Nonostante fosse, ormai, evidente che non potevamo più considerarci salvi e immuni, ci sentivamo ancora di negare il problema e ci rassicuravamo con frasi come: “Non sarà poi così grave questa influenza, non lasciamoci condizionare troppo dai Media che ingigantiscono il fenomeno, seminando terrore”.

 

Questo pensiero ha portato molti di noi a non adottare in tempo misure di protezione e sicurezza, come ci veniva caldamente richiesto, anche con la ‘minaccia’ di sanzioni per i trasgressori.

La sola idea di perdere la nostra libertà di uscire per lavorare, fare sport, vedere amici e parenti e molto altro, ci ha portato ad un bisogno di rifiutare questa situazione surreale e fuori controllo.

 

Ma poi, progressivamente, mentre aumentava il numero dei contagiati e dei morti, quando nelle regioni più colpite i reparti di terapia intensiva ospitavano sempre più malati in fin di vita, quando è diventata sempre più evidente la sofferenza di operatori sanitari stremati da turni infiniti, loro stessi infettati o a rischio di essere contagiati, quando diventava sempre più urlato il bisogno di dispositivi per salvare la vita alle persone, quando il Covid-19 ha iniziato a propagarsi anche in altre regioni del nostro Paese, quando l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia, allora e solo allora c’è stata una presa di coscienza collettiva di quello che stava accadendo a noi e al resto del mondo.

 

E abbiamo iniziato ad avere paura veramente, paura di prenderci quell’influenza che avrebbe messo in pericolo noi e i nostri cari, soprattutto se anziani e con una salute compromessa. Questo vissuto ci ha portato a correre a procurarci mascherine e guanti per proteggerci durante le uscite consentite per la spesa o le emergenze.

 

Abbiamo iniziato a mantenere le “distanze”, mettendoci al centro di uno spazio di sicurezza immaginario che ci fa sentire al sicuro e ci fa fare qualche passo indietro quando qualcuno inavvertitamente oltrepassa quel limite.

 

Il distanziamento sociale e l’isolamento a cui siamo stati costretti ci hanno portato ad uno stress crescente provocato dalla convivenza quotidiana con familiari altrettanto vulnerabili, frustrati, spaventati, arrabbiati e annoiati. Il disagio di non sapere quando tutto questo finirà con precisione mette a dura prova continuamente il nostro autocontrollo e ci genera sempre più ansia.

 

Abbiamo “perso” i nostri punti di riferimento più rassicuranti, le abitudini, il lavoro, la possibilità di fare sport all’aria aperta o in palestra, le uscite con gli amici, il tempo trascorso con i parenti. Ogni aspetto della nostra vita è stato cambiato dal rischio di essere contagiati e questo sta causando delle profonde conseguenze sul vissuto nei confronti di noi stessi, degli altri e della vita, costringendoci a rivedere i nostri valori e le nostre priorità.

 

Occorre considerare, inoltre, che la quarantena non è uguale per tutti. C’è chi la sta vivendo in piena solitudine, chi, trovandosi già in condizioni di precarietà lavorativa, ha difficoltà di sopravvivenza per le risorse economiche che si stanno esaurendo, chi è affetto da patologie, chi è costretto a convivere con familiari violenti. Ognuna di queste realtà, ed altre non citate in questo articolo, meriterebbe di essere approfondita nelle sue molteplici sfaccettature.

 

Ad oggi non è più possibile negare che il Coronavirus abbia scosso le fondamenta delle nostre certezze granitiche e abbia reso ancora più fragile chi lottava quotidianamente a causa di difficoltà economiche, sociali o di salute.

 

Occorre, però, fare qualcosa per non soccombere ad un pessimismo che non lascia spazio alla speranza. Per quanto possa essere difficile, dobbiamo fare un piccolo passo ogni giorno per immaginare come vogliamo riprendere in mano la nostra vita dopo la quarantena. Tanto dobbiamo farlo comunque, in ogni caso saremo costretti a riprendere in mano la nostra vita, perché il tempo scorre e arriverà il momento in cui potremo di nuovo uscire di casa.

 

Allora sta a noi scegliere se “rimettere insieme i cocci”, angosciati per quello che abbiamo perso, con le lacrime agli occhi per i danni che abbiamo subito oppure, disporci in uno stato d’animo combattivo e fare un’attenta analisi di risorse e limiti per riprogrammare la nostra vita.

 

Mai come adesso dobbiamo ripeterci come un mantra la frase di Darwin:

 

Non è la specie più forte o più intelligente a sopravvivere ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

 

Pamela Serafini

 

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