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Voglio essere felice

Negli scaffali delle librerie si affollano testi in cui i vari “esperti” urlano come raggiungere la felicità, cosa fare per combattere contro l’ansia, il panico, la depressione,

il malessere esistenziale, la rabbia, la tristezza, i pensieri negativi oppure ci indicano i 5 passi indispensabili per diventare quello che desideriamo essere, mettendo in un angolo quello che siamo sempre stati (e che, ovviamente, non andava bene) o, ancora, come coltivare il pensiero positivo (così da tinteggiare di colori pastello un mondo interiore spesso ingrigito da autocritiche e da altri contenuti svilenti verso se stessi).

 

La felicità è dietro la porta

 

Ammetto di essermi lasciata ammaliare qualche volta da titoli fortemente incentivanti al cambiamento. E devo dire che per un po' il loro potere motivazionale durava: per qualche giorno mi “gasavo” e credevo veramente che anche per me sarebbe stato possibile sbarazzarmi finalmente di tutto quello che di me stessa mi infastidiva o che credevo mi impedisse di ottenere ciò che desideravo. Ma questo entusiasmo svaniva quando mi rendevo conto che, con il passare dei giorni, tutto rimaneva esattamente come era e che, soprattutto, mi ritrovavo a fare i conti con ciò che avevo cercato di scacciare dalla mia mente perché mi rendeva infelice. In fondo, ho sempre creduto che il benessere, la serenità, la felicità scaturissero, come naturali conseguenze, dallo scacciare via dalle mie giornate fatica, noia, tristezza, ansia o autocritiche spietate.

E devo dire che è esattamente con questa richiesta, implicita o apertamente rivelata, che arrivano le persone sofferenti nel mio studio: è come se mi chiedessero: “aiutami a tirarmi fuori da questo schifo di vita”. Una domanda che racconta molto del malessere con cui vivono ogni giorno, da anni. Alla base si può rintracciare il legittimo desiderio di alleggerirsi del peso che portano dentro, di iniziare a vivere in modo più soddisfacente e appagante. Quello che, però, spesso non è chiaro è il MODO in cui hanno cercato fino ad ora di ottenere tutto questo (cosa che comprendo perché era esattamente anche il mio modo di affrontare la sofferenza e il cambiamento che desideravo). Nel tentativo di scacciare via il malessere, hanno impugnato le armi e hanno iniziato a fare la guerra ai pensieri, alle emozioni, alle sensazioni, ai ricordi e a tutto quello che li fa stare male. Oppure ad evitare tutto quello che seppur lontanamente evoca lo stare male.

 

  • C’è chi mi chiede di sradicare l’ansia dalla sua vita perché non riesce a fare gli esami all’università, o a guidare la macchina o a uscire di casa da solo.

 

  • Oppure chi mi chiede di insegnargli delle tecniche per annientare l’impulso che li porta a mangiare grandi quantità di dolci e quindi per questo non riesce a seguire una dieta per dimagrire.

 

  • C’è chi mi chiede di aiutarli a vincere completamente l’insicurezza e a diventare più forti e con una buona autostima.

 

  • Oppure chi è spaventato dai propri pensieri o immagini ossessivi e dalle conseguenti compulsioni e ha urgenza di scacciare dalla propria mente quei contenuti per liberarsi anche dalle azioni che devono mettere in atto per ridurre l’ansia e l’angoscia che li attanagliano.

 

Ognuno è accomunato dalla convinzione che per poter tornare ad una vita “normale” o anche migliore di prima, occorra farsi aiutare a cambiare lo stato in cui si vive nel qui e ora. Ma, purtroppo, (o per fortuna!) questo non è possibile. Nessuno ha il potere di estirpare la sofferenza dalla vita di un'altra persona, come fosse un’erbaccia infestante. Il dolore, infatti, fa parte della vita di tutti, che ci piaccia o no.

 

Deponiamo le armi perché lottare non risolve il problema

 

Lasciamo che le immagini, i pensieri, le emozioni, le sensazioni che ci disturbano continuino ad andare e a venire davanti a noi, come se fossero trasportati da un fiume. Ogni tanto catturano la nostra attenzione ma poi li facciamo scorrere sul fiume, osservandoli senza giudicarli e senza tuffarci per riprenderli. Nel frattempo, mentre loro scorrono tranquilli nel fiume, noi possiamo spostare l’attenzione su ciò che conta realmente per noi e iniziare a fare delle piccole azioni quotidiane che ci conducano dove vogliamo andare. In questo modo stiamo gettando le basi per una prima accettazione di quello contro cui abbiamo sempre combattuto. Illuminanti a tal proposito le parole di Russ Harris nel famoso libro: “La trappola della felicità”, che consiglio vivamente di leggere!

 

Accettare vuol dire abbracciare la vita, non soltanto sopportarla. Accettare significa letteralmente prendi ciò che viene offerto. Non significa rinuncia o ammetti la sconfitta, né stringi i denti e subisci. Significa aprirti completamente alla tua realtà presente: riconosci com’ è, esattamente qui e ora e rinuncia a combatterla per com’ è in questo momento”.

 

 

Se ti è piaciuto questo contenuto, potresti leggere anche Come cambiare a piccoli passi

 

 

Pamela Serafini

 

 

Fonti

Harris R. (2010), “La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere”, Edizioni Erikson, Trento.

 

 

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